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(Convegno 2017) Lesioni tipiche del ciclista coinvolto nei sinistri stradali La perizia collegiale con il Medico Legale Relatore: Dott. Ruggero Nesci

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Lesioni tipiche del ciclista coinvolto nei sinistri stradali

La perizia collegiale con il Medico Legale

Relatore: Dott. Ruggero Nesci

con la collaborazione di Francesco Balzaretti

1: Introduzione

La nostra associazione ha più volte affrontato le tematiche legate alla ricostruzione dei sinistri stradali che coinvolgono le utenze deboli; oltre a quanto dibattuto nel corso dello scorso convegno svoltosi a Bologna e Catania, dove in realtà l’obbiettivo è maggiormente centrato su pedoni, ritengo opportuno ricordare quelli del 2013 dove si iniziò ad eseguire una serie di sperimentazioni al fine di identificare con maggior precisione quale fosse il comportamento dei ciclisti, le grandezze caratteristiche che li contraddistinguono e la loro avvistabilità in ore notturne (Bologna - atti del XV convegno ASAIS), o ancora gli studi presentati in seno al XXII congresso internazionale EVU di Firenze.

 

Le statistiche evidenziano come negli ultimi anni pur a fronte ad un lenta diminuzione dei decessi causati dagli incidenti stradali, anche se è vero che in questo ultimo anno si è osservato un lieve aumento, il numero di decessi che interessano i sinistri con utenze deboli siano praticamente pari la metà di tutti i decessi registrati.

 

indice della mortalità per tipo di utente della strada (fonte ISTAT 2016)

 

L’analisi dei dati mostra in modo inequivocabile che gli ambiti dove si verificano il maggior numero di incidenti e decessi sono quelli urbani e extraurbani, dove possono circolare anche i velocipedi.

Parimenti la percentuale maggiore dei sinistri con feriti risulta essere quella ubicata in area urbana; questa tipologia di eventi, che sino all’introduzione della legge sull’omicidio stradale poteva essere sotto un certo profilo meno rilevante per il fatto che non forzatamente dava l’avvio ad un procedimento penale, diviene per i ricostruttori particolarmente preminente.

Da rilevare, infine, come l’indice per mortalità degli incidenti che vedono coinvolti i ciclisti (1,43) sia più che doppio rispetto a quelli che interessano gli occupanti delle autovetture (0,67).

 

Andamento del numero di cedessi per tipologia di conducente (fonte ISTAT 2016)

 

Analizzando inoltre i dati della mortalità in un arco temporale più ampio è inoltre possibile osservare come, mentre vi sia stato un notevole decremento per quanto riguarda gli occupanti delle autovetture, per i ciclisti il numero di decessi sia rimasto, dal 2007, sostanzialmente costante.

Evidente quindi come questa tipologia di sinistri rivesta un campo di particolare interesse per gli analisti ricostruttori per tutte le implicazioni che comporta.

La sperimentazione organizzata dal Dott. Antinio Pietrini, che abbiamo potuto seguire nei lavori di questa mattina, ha permesso da un lato di acquisire ulteriori elementi utili e dall’altro avere conferma che, per poter affrontare questa tematica, si deve forzatamente procedere con molta cautela.

Rispetto ai sinistri stradali che vedono coinvolte le autovetture, in senso ancora più ampio i veicoli con almeno quattro punti di appoggio a terra, questa specifica fattispecie di sinistri stradali presente infatti una serie di ulteriori complicanze.

Sotto il profilo “geometrico”, infatti, molto diversa è la posizione che assume un ciclista a bordo di una bicicletta da corsa, rispetto alla postura di una MTB o ancora diversa è la condizione che si assume su una bicicletta tipo “Graziella”.

 

Foto 1-2: postura assunta dai soggetti coinvolti nella prove d’immissione

 

Prima di affrontare una ricostruzione, quindi, è necessario identificare con esattezza quali siano le caratteristiche del velocipede, a partire dalla dimensione delle ruote per giungere ad identificare, ove possibile, al rapporto inserito.

Altro elemento particolarmente caratterizzante è l’altezza della sella.

Questo dato influenza in modo diretto la posizione del baricentro del complesso “bici-ciclista” e quindi la sua possibilità di compiere, o meno, determinate evoluzioni nella fase post-urto

A complicare ulteriormente la situazione, infine, deve essere considerato anche il fatto che il ciclista possa assumere un assetto non così scontato, nel senso che prima dell’effettivo impatto può variare la sua posizione rispetto a quella che possedeva negli istanti immediatamente precedenti.

Il corpo del ciclista potrebbe infatti essere avanzato o arretrato rispetto alla posizione della sella, oppure, nel tentativo di evitare l’impatto potrebbe aver inclinato il proprio veicolo.

 

 

Immagine 1-4:        possibile modifica della postura assunta da un ciclista nelle fasi immediatamente precedenti all’impatto

 

Le differenze di assetto sopra rappresentate potrebbero non dare un riscontro così evidente a livello di deformazioni sulla cassa del veicolo o sulla struttura della bicicletta, per cui non immediatamente identificabili ad una prima superficiale analisi del sinistro, ma comunque inserire una serie di nuove ed ulteriori variabili.

Quanto sopra è ancora più vero se, oltre alle consuete ricostruzioni analitiche, si facesse uso di specifici programmi di simulazione che possono essere anche particolarmente sensibili a tali variazioni di assetto o postura.

Pur come ulteriore nota a margine, evidenzio il fatto che l’accertamento di una variazione dell’assetto del ciclista comporta, di fatto, una successiva ulteriore analisi nello studio della fase pre-urto.

Ovvio e lapalissiano che se il conducente del velocipede ha modificato la sua postura deve forzatamente essere intercorso quanto meno un tempo di reazione, nel quale ha percepito il pericolo, e un tempo minino necessario per assumere tale posizione con tutte le relative conseguenze a livello di evitabilità del sinistro.

Come ben sappiamo la qualità dei rilievi eseguiti dai verbalizzanti risulta essere, in moltissimi casi, particolarmente carente per cui difficilmente tali elementi emergono in modo chiaro dai verbali che si ha modo di analizzare.

In questo senso, quindi, anche la ricerca delle cause che hanno determinato specifiche lesioni nel ciclista, siano essere documentate da una perizia necroscopica quanto dai referti dal pronto soccorso, deve portare il ricostruttore a ricercare degli elementi oggettivi di riscontro.

 

2: Aspetti medico legali

La causa di una lesione è da ricercarsi in un cambiamento dannoso nello stato di riposo o di movimento dei componenti dell'organismo umano. Al momento della collisione tra l'organismo ed una massa esterna (per movimento del corpo verso la massa o della massa verso il corpo) si libera una forza che lede variamente i tessuti secondo la sua intensità.

La capacità lesiva di un oggetto in movimento (quando non sia dotato di caratteristiche particolari) è data dalla sua energia cinetica che esprime una forza capace di produrre una lesione esaurendosi contro l’organismo umano. La capacità lesiva, che a parità di ogni altra condizione di un corpo in movimento può esplicare, è più intensa quanto più brusca è la decelerazione.

Condizioni accessorie, ma di non trascurabile importanza, subordinano il potere traumatizzante di un corpo in movimento: così, ad esempio, il potere traumatizzante è minore quanto maggiore è l'estensione dell'area su cui agisce la forza; analogamente l'elasticità, la plasticità e l'inerzia dei tessuti modificano l'entità della lesione che un oggetto può determinare in virtù soltanto della sua energia cinetica.

La traumatologia forense studia le manifestazioni anatomo-patologiche e funzionali prodotte dall'azione sull'organismo di strumenti idonei a ledere per loro caratteristiche intrinseche o per intensità e modalità del loro meccanismo di azione. Costituiscono lesioni in senso proprio le conseguenze anatomiche e funzionali di un'azione traumatica.

Qualsiasi corpo in movimento può, incontrandosi con l'organismo, essere causa di lesività, sempre che risulti idoneo per sua forza viva e per sue caratteristiche intrinseche, così come il corpo umano può essere leso incontrandosi con un oggetto esterno, sempre che la violenza dell'urto con cui avviene l'incontro sia adeguata alle caratteristiche dell'oggetto esterno.

Lo studio analitico delle lesioni (sede, natura ed entità) prodotte da uno strumento lesivo, oltre alla precisazione delle modalità con cui ha agito, consentirà la risoluzione di importanti quesiti, che non si limitano (stabilito che la lesione è vitale o post-mortale) alla identificazione dello strumento che ha leso, ma che potranno giungere alla precisazione della posizione della vittima rispetto allo strumento lesivo, della successione delle lesioni, del loro numero, etc. Questi elementi di giudizio sono indispensabili per stabilire se si tratta di azione suicidaria, omicidaria, od accidentale, distinzione che costituisce un problema di fondamentale importanza per la medicina legale. Le nozioni dedotte dalla traumatologia forense integrate da quelle acquisite dalla ricostruzione cinematica consentiranno di pervenire alla risoluzione delle problematiche connesse alla ricostruzione delle effettive modalità di svolgimento dei sinistri viabilistici.

 

 

Quando l'osservazione medico-legale, in caso di effetti lesivi da cause meccaniche ha per oggetto il cadavere, si deve innanzitutto procedere al rilievo di quei reperti che consento la diagnosi differenziale tra lesioni intravitali e lesioni post-mortali.

È pertanto indispensabile premettere alcune nozioni fondamentali sulle caratteristiche distintive tra lesioni fatte in vita e lesioni fatte dopo la morte.

Questo problema diagnostico può presentare talora particolari difficoltà, soprattutto perchè il passaggio dalla vita alla morte dei tessuti non avviene bruscamente, bensì per gradi quasi insensibili, che rendono non sempre di apprezzamento immediato la distinzione delle lesioni prodotte in vita da quelle prodotte in limine vitae, o durante la vita residua dei tessuti, o dopo la morte degli stessi. Poiché il carattere distintivo più importante tra la lesione fatta in vita a quella fatta dopo la morte è rappresentato dalla reazione dell'organismo alla lesione, specie per i processi rigenerativi locali, è ovvio che le difficoltà diagnostiche saranno maggiori quanto più breve sia stato il periodo di sopravvivenza dell'individuo alla lesione.

Per queste ragioni  assumono particolare importanza quegli elementi di giudizio che permettono di distinguere le lesioni che hanno immediatamente preceduto la morte dalle lesioni post-mortali. Difatti il riscontro di alterazioni flogistiche o di fenomeni regressivi o di processi rigenerativi intorno ad una soluzione di continuo non lascia alcun dubbio sulla sua origine vitale. Spesso i segni della reazione vitale dei tessuti interessati da una lesione sono rilevabili soltanto microscopicamente. Fra i segni macroscopici più caratteristici che rappresentano l'espressione di una reazione vitale si considerano: a) la retrazione dei margini della soluzione di continuo, b) l'emorragia, c) l'aspirazione o la deglutizione di sangue, d) le embolie.

La retrazione dei margini della soluzione di continuo è particolarmente evidente nei tessuti dotati di un certo grado di elasticità, soprattutto dove la cute è facilmente spostabile per lassità del sottocutaneo, nonché nei muscoli quando la sezione interessa le fibre trasversalmente. La retrazione dei margini può persistere per un certo tempo anche dopo la morte (fenomeni di vita residua), tuttavia è sempre un prezioso indizio di vitalità.

L'emorragia è indubbiamente il più importante segno di reazione vitale, sia quando il sangue si versa all'esterno od in una cavità naturale o neoformata del corpo, sia in particolare quando infiltra i tessuti in corrispondenza delle sedi anatomiche interessate dal trauma. Una soluzione di continuo che abbia margini retratti ed infiltrati di sangue (per stravaso emorragico nella compagine dei tessuti in prossimità della soluzione di continuo) è sicuramente di origine vitale. L'emorragia di per sé esprime che al momento in cui venne prodotta la soluzione di continuo il sangue circolava nei vasi con una certa pressione, il che è indice indubbio di vita.

Il reperto di sangue aspirato nell'albero tracheo-bronchiale o nei polmoni, in caso di soluzioni di continuo comunicanti con le vie aeree, è un segno inequivoco di lesione vitale, così come il reperto di sangue deglutito.

La produzione di emboli di aria o di grasso, essendo il fenomeno dell'embolia collegato alla funzione circolatoria, è un'altra situazione che, quando documentabile, esprime in modo certo la natura vitale della lesione.

 

3: Lesioni tipiche nei ciclisti coinvolti in sinistri stradali

Analizzando in maniera più specifica l’argomento della presente esposizione, si dovranno elencare le   lesioni traumatiche che si è soliti riscontrare nei ciclisti vittime di sinistri viabilistici, facendo riferimento non tanto alla sede anatomica interessata, quanto ai differenti tessuti coinvolti.

A livello tegumentale è peculiare il rilievo di abrasioni o escoriazioni, che rappresentano la conseguenza del distacco più o meno completo ed esteso dell’epidermide per l’estrinsecazione di un’azione contusiva superficiale e tangenziale rispetto al piano cutaneo, con formazione di croste linfatiche o siero-ematiche. Siffatte lesioni tegumentali sono chiaramente visibili sul cadavere qualche ora dopo la morte, perché la cute, privata dello strato corneo, evapora rapidamente ed incartapecorisce, assumendo maggior consistenza e colorito bruno-giallastro, anche se non vi è stata formazione di crosta linfatica. Il reperto è di grande importanza medico-legale, perchè rende obiettivabili sul cadavere anche le più tenui tracce di azioni traumatiche, che divengono bene apprezzabili soprattutto se l'ispezione viene fatta dopo alcune ore dalla morte. Sede, numero, forma, disposizione, direzione ed estensione delle abrasioni e/o escoriazioni costituiscono altrettante caratteristiche che devono essere accuratamente rilevate per il riconoscimento del meccanismo di produzione delle lesioni stesse.

Particolare importanza hanno costantemente la forma e la direzione, che richiedono un'osservazione molto accurata. La forma dell'abrasione può difatti riprodurre la forma dello strumento lesivo, od assumere aspetti tipici secondo la natura dello strumento stesso.

All’uopo si rammentano le cosìdette lesioni “figurate”, poiché riproducenti a stampo la morfologia della superficie dell’agente traumatizzante, che può essere rappresentato dalle diverse strutture costituenti il velocipede (ruote, raggi, telaio, etc.) o il mezzo investitore (fanali, paraurti, passaruota, etc.).

Sempre a carico dei tegumenti, si potranno osservare ecchimosi (caratterizzate da stravaso di sangue, per rotture vasali, nella compagine dei tessuti circostanti, senza discontinuazione della cute sovrastante) ed ematomi (contraddistinti dalla raccolta in cavità neoformate di sangue fuoriuscito dai vasi discontinuati sotto la spinta pressoria del sangue stesso, senza la produzione di infiltrazione a carico dei tessuti limitrofi).

In medicina legale costituiscono rilievi significativi la sede, il numero, l’estensione e la forma di tali lesioni.

Nel caso specifico dell’ecchimosi, queste possono essere “figurate”, cioè rappresentare la riproduzione della forma dello strumento lesivo.

L'ecchimosi è una lesione tipicamente vitale, in quanto la sua formazione presuppone l'esistenza di una pressione endovasale.

Ulteriore peculiarità lesiva dei tessuti tegumentali è rappresentata dalle ferite lacero-contuse.

Secondo la definizione dottrinale, per ferita lacero-contusa si intende la dieresi del tessuto colpito, con maggior o minor schiacciamento delle parti circostanti, determinata da un trauma contundente.

In tutte le soluzioni di continuo prodotte da un'azione contusiva esistono lesioni ecchimotiche dei margini, conseguenti al meccanismo di compressione o di trazione o di sforzo che ha determinato la dieresi dei tessuti.

Le ferite lacero-contuse cutanee possono essere prodotte dai seguenti meccanismi: da compressione, cioè da violento schiacciamento della cute contro una resistenza, di regola costituita da un piano osseo; da trazione, cioè per azione tangenziale traente di intensità sufficiente a vincere l'elasticità e la resistenza della cute, o per azione di afferramento e strappamento, o per protratta azione abrasiva di corpi irregolari; da scoppio, per azione di un corpo sferico o cilindrico che colpisce la cute tesa su un piano osseo convesso. Il meccanismo di compressione produce le tipiche ferite lacero-contuse (margini contusi, irregolari, scollati con ponti e lacerti fibrosi profondi); il meccanismo di trazione produce ferite in cui prevale l'aspetto lacero; il meccanismo di scoppio produce soluzioni di continuo (elettivamente localizzate al cuoio capelluto) ad aspetto lineare (ferita a fenditura) che si estendono oltre la zona contusa.

In linea generale la forma delle ferite lacero-contuse non ha caratteristiche particolari che consentano l'identificazione dello strumento lesivo, se non concorrono particolari situazioni, come nelle ferite lacero-contuse prodottesi per l’azione traumatica del manubrio o della leva del freno del velocipede, che possono assumere un aspetto peculiare.

La distinzione tra lesioni vitali e post-mortali in caso di ferite lacero-contuse non lascia dubbi stante la componente ecchimotica.

A carico degli organi interni si potranno verificare rotture conseguenti ad urto (per violenza traumatica diretta), schiacciamento (per azione continuata risultante da una violenza esterna che comprime il viscere contro una superficie resistente), trazione (per azione che tende ad allontanare il viscere in direzione opposta al suo punto di sostegno), flessione (per azione tendente a modificare le normali curvature dei visceri), scoppio o sforzo (per aumento, negli organi cavi, della pressione interna, dovuta anche a fatti di compressione).

Nella fattispecie, sono tipicamente osservabili rotture viscerali, quali quelle della milza, del fegato e del cuore.

Attraverso le medesime modalità lesive si potranno anche verificare rotture dei grossi vasi sanguigni, come ad esempio la rottura dell’arco aortico o la rottura dell’aorta addominale.

 

Un discorso particolareggiato spetta alle lesioni riportate dalle strutture scheletriche.

Le azioni traumatiche in corrispondenza delle articolazioni danno luogo alla lussazione, cioè allo spostamento permanente dei capi ossei articolari, per cui viene a mancare il contatto tra le parti che di norma corrispondono, distinguendosi una lussazione completa da una lussazione incompleta o sublussazione. Si ha distorsione quando lo spostamento dei capi articolari è solo temporaneo ed al cessare dell'azione traumatizzante questi vengono ricondotti al loro posto dalla elasticità dei tegumenti.

Le fratture si distinguono in complete ed incomplete, secondo che l'osso sia discontinuato in tutto od in parte. Le fratture complete possono essere: semplici (a due frammenti), multiple (a più di due grossi frammenti) e comminute (a numerosi e piccoli frammenti).

Si distinguono fratture chiuse (quando i tegumenti soprastanti non siano discontinuati) e fratture aperte o esposte (quando il focolaio di frattura comunica con l'esterno).

Le fratture possono conseguire a diversi meccanismi: inflessione o piegamento (quando viene esagerata la curvatura dell'osso), trazione (quando l'osso viene sollecitato da una forza traente nel senso della sua lunghezza), torsione (quando l'osso viene fatto ruotare intorno al suo asse su un estremo mantenuto fisso), scoppio (quando si ha un aumento improvviso della pressione nella compagine dell'osso), compressione (per azione violenta del corpo contundente in un punto dell'osso con conseguente schiacciamento locale).

In sede medico-legale l'identificazione del meccanismo di produzione di una frattura è importante per stabilire la natura della causa lesiva, nonché la modalità e l'intensità con cui ha agito.

Nei ciclisti coinvolti nei sinistri viabilistici tutti i distretti corporei possono essere interessati da lesioni traumatiche: le spalle (principalmente, la lussazione dell’articolazione acromion-claveare e/o scapolo-omerale, piuttosto che la frattura della clavicola o della testa omerale), gli arti superiori (frattura spiroide diafisaria dell’omero, del radio e dell’ulna, frattura/lussazione del gomito, frattura delle ossa del carpo, fratture delle filiere metacarpali), la colonna cervicale (con frequente coinvolgimento della giunzione atlo-epistrofeica e conseguente frattura del dente dell’epistrofeo),  del rachide dorso-lombare (per meccanismo di brusca iperestensione o iperflessione del tronco, con produzione di frattura con cedimento del corpo vertebrale, frattura dei processi spinosi e/o trasversi, frattura con dislocazione del muro somatico posteriore e conseguente coinvolgimento midollare), il sacro-coccige (spesso per meccanismo di succussione), le anche (frattura acetabolare, frattura pertrocanterica femorale), gli arti inferiori (frattura diafisaria o sovracondiloidea femorale, frattura rotulea, frattura del piatto tibiale, frattura spiroide di tibia e perone, lussazione della Lisfranc).

Particolare interesse medico-legale hanno le fratture craniche, che possono essere ricondotte a due meccanismi fondamentali: da inflessione e da scoppio. Le prime (da inflessione) sono dovute ad un traumatismo unipolare che agisce su una zona circoscritta, dando luogo a fratture a focolaio, talora con infossamento del tavolato osseo, che riproduce l'impronta dello strumento traumatizzante (fratture a stampo o fratture figurate). Le fratture da scoppio si verificano per compressione bilaterale tendente ad alterare la forma del cranio, che si comporta come una sfera elastica: lungo i meridiani che uniscono i due poli di pressione vengono a formarsi delle linee di frattura, a cui si aggiungono, se la violenta è molto forte, delle fratture da inflessione che seguono i paralleli (fratture a mappamondo).

L'origine "vitale" delle fratture ossee è rilevata dall'emorragia in prossimità dei capi di frattura, che si verifica anche quando siano prodotte immediatamente prima della morte.

 

Per meglio comprendere e definire la dinamica dei sinistri stradali implicanti l’investimento della vittima, in ambito medico-legale è invalso l’uso di una suddivisione in cinque differenti fasi: 1) urto, 2) abbattimento o proiezione a terra, 3) propulsione, 4) arrotamento o schiacciamento, 5) trascinamento. Quando tutte le cinque fasi sono presenti si parla di investimento tipico o completo; analogamente si parla di investimento atipico od incompleto quando mancano uno o più delle fasi indicate.

Non si deve credere che la suddivisione in fasi dell'investimento sia puramente un artificio scolastico, come è erroneo credere alla possibilità di isolare con certezza le lesioni che si producono nelle singole fasi. La distinzione in fasi ha valore pratico, perché permette di isolare ed identificare alcuni gruppi di lesioni prevalenti e caratteristiche in una determinata fase, da cui si desumono le modalità con si è verificato il sinistro stradale.

Ad esempio: se sul corpo di un investito mancano le lesioni riferibili alla fase di urto ed a quella di caduta, mentre sono dimostrabili quelle proprie delle altre fasi, si può con tutta certezza affermare che il corpo della vittima si trovava già disteso al suolo quando avvenne l'investimento.

Le modalità e le lesioni caratteristiche di ciascuna delle cinque fasi possono essere così sintetizzate:

  1. Costituisce la fase di urto il momento in cui il veicolo ed il corpo vengono a contatto, ovvero quelle riconducibili alla prima fase d’urto e al successivo caricamento sulla sagoma dell’autovettura; le lesioni contusive che ne derivano per loro sede documentano la posizione della vittima rispetto al veicolo, per loro entità documentano la violenza dell'urto e quindi possono fornire indicazioni circa la velocità del veicolo; il loro aspetto può, talora, riprodurre alcune delle caratteristiche del veicolo.

Non è eccezionale, nella fase di urto, la produzione di lesioni a stampo (impronta della parte anteriore del cofano, dei paraurti, di strutture metalliche ornamentali, di parti sporgenti di diversa natura, etc,). Ad elevate velocità del veicolo corrisponde la trasmissione di intensa energia cinetica al corpo della vittima, con produzione di gravi lesioni del cranio (fratture da inflessione della teca cranica), del torace (rottura dei grossi vasi o del cuore) e del bacino, che per il loro meccanismo unipolare possono essere facilmente distinte dalle lesioni da schiacciamento.

  1. Costituisce la fase di abbattimento o proiezione a terra il momento in cui si verifica la caduta al suolo del corpo dell'investito, a maggiore od a minore distanza dal veicolo secondo la velocità dello stesso. L'entità delle lesioni da caduta documenta l'entità della forza di proiezione.

Le lesioni da caduta sono prevalentemente localizzate al capo, agli arti superiori ed in genere alle parti sporgenti (spalle, gomiti, ginocchia); tipica la frattura della clavicola e del gomito. Tanto le lesioni craniche come la frattura delle ossa lunghe non presentano segni di schiacciamento, risultando da un meccanismo unipolare.

  1. Costituisce la fase di propulsione il momento in cui il veicolo, venuto nuovamente a contatto con il corpo proiettato al suolo, lo sospinge davanti a sé. Sono tipiche di questa fase le escoriazioni su larga superficie, la cui direzione è facilmente riconoscibile, e che si presentano spesso imbrattate di terriccio. La fase della propulsione può sovrapporsi a quella dell'arrotamento se le ruote del veicolo non sono bloccate dai freni. Manca la fase della propulsione, ed anche le successive mancano, quando il corpo dell'investito sia stato proiettato a distanza o lateralmente al veicolo investitore.
  2. Costituisce la fase di arrotamento e schiacciamento il momento in cui le ruote del veicolo, cessata la fase di propulsione, dopo aver strisciato sul corpo della vittima (arrotamento in senso proprio) superano il corpo stesso, venendo ad esercitare su di esso un meccanismo di compressione (schiacciamento in senso proprio). Per l'arrotamento si avranno lesioni di tipo prevalentemente escoriativo, in un primo tempo, a cui si sovrappongono lesioni da compressione, che concretamente caratterizzano questa fase per il prevalere dei fenomeni di schiacciamento. In taluni casi, tuttavia, arrestandosi l'investimento alla fase di arrotamento, il contatto del corpo con le ruote del veicolo investitore è rivelato unicamente dalle lesioni di tipo abrasivo, prodotte dal movimento delle ruote intorno al proprio asse. Nel caso che le ruote del veicolo siano bloccate dai freni (situazione compatibile con la propulsione, a causa della spostamento anteriore del veicolo soltanto parzialmente ostacolato dall'attrito contro il suolo delle ruote frenate), possono mancare i segni propri dell'arrotamento (abrasioni). Anche con le ruote bloccate dai freni si può avere schiacciamento; in quest'ultimo caso, mentre sono dimostrabili i segni della propulsione e della compressione, mancano i segni dell'arrotamento, la qual cosa costituisce un rilievo di particolare significato per ricostruire le modalità dell'investimento. L'entità, la forma e l'estensione delle lesioni dovute ad arrotamento ed a schiacciamento variano con il variare della forma delle ruote del veicolo, della loro larghezza e soprattutto del peso del veicolo. Le ruote con pneumatici producono in genere lesioni più cospicue in profondità che in superficie, mentre sulla cute può rimanere impresso il disegno del battistrada; le lesioni profonde saranno di entità proporzionale al peso del veicolo. Caratteristiche sono le tracce lasciate dalle ruote abbinate degli autotreni. Ruote metalliche di veicoli pesantissimi (ferrovie, tramvie) possono portare a stritolamento della parte del corpo su cui di trovano a passare. La grande resistenza della cute (se non si associano meccanismi di strappamento o reiterati schiacciamenti successivi nel caso di veicoli  a più ruote) impedisce che si verifichino vere e proprie amputazioni, essendovi quasi costantemente dei ponti cutanei e tendinei di collegamento tra le parti sfacellate.  In tutti i casi lo schiacciamento è caratterizzato da lesioni risultanti da azioni bipolari; si hanno pressoché costantemente lesioni viscerali, talora, in caso di veicoli di medio peso, anche senza gravi lesioni cutanee, o, tutt'al più, con semplici abrasioni. Le lesioni da schiacciamento possono disporsi simmetricamente ad una certa distanza sul corpo, riproducendo il distanziamento (o scartamento) delle ruote del veicolo investitore. Il prevalere delle lesioni da schiacciamento sulle lesioni da urto, caduta e propulsione documentano l'esigua velocità del veicolo; l'intrinseca entità e l'aspetto delle lesioni forniscono utili criteri di valutazione delle caratteristiche del veicolo investitore.  E' importante sottolineare che l'esame degli indumenti indossati dalla vittima (che non dovrebbe mai essere omesso in caso di investimento), oltre a permettere il riscontro di segni documentativi delle modalità dell'urto, può consentire talora anche il rilievo delle impronte lasciate dai pneumatici, mediante le quali si può eventualmente pervenire all'identificazione del veicolo investitore.
  3. Costituisce la fase di trascinamento lo spostamento del corpo, trattenuto da parti sporgenti del veicolo, per un tratto più o meno lungo. Tanto gli abiti della vittima quanto il corpo possono essere agganciati e trattenuti da parti del veicolo, che può così trasportare la vittima anche a grande distanza dal luogo dell'investimento. Caratterizzano il trascinamento vaste zone di escoriazione imbrattate di terriccio, talora con aree di erosione, talora lineari e parallele.

 

Non raramente molti quesiti medico-legali in caso di investimento e di sinistri che coinvolgono i ciclisti possono essere risolti dall'esame del veicolo investitore o presunto tale. Importante il reperto di macchie di sangue per stabilire se appartiene alla vittima. Talora tracce di vernice od altri imbrattamenti sul corpo o sugli indumenti della vittima possono consentire l'identificazione del veicolo investitore.

 

4: La perizia collegiale

Ogni caso di investimento pone, quand’anche appaia di estrema semplicità, una serie di quesiti che non possono essere risolti se non con congrui elementi, che solo possono essere forniti da un accurato esame esterno del corpo della vittima, da un eventuale diligente esame autoptico, eventualmente da una precisa determinazione della quantità di alcool presente nel sangue della vittima, da un rigoroso accertamento in luogo delle modalità del fatto, nonché da una dettagliata disamina delle caratteristiche del veicolo investitore e del velocipede, ovvero della ricostruzione di tutte le fasi del sinistro stradale.

Solo attraverso una fattiva sinergia fra Analista Ricostruttore e Medico Legale si potranno fornire adeguate risposte a quesiti di primaria importanza, quali le modalità dell’investimento, la posizione della vittima rispetto al veicolo investitore, le velocità presumibili del veicolo e del velocipede, le condizioni di salute della vittima al momento dell’investimento, con particolare riferimento all’eventuale stato di etilismo acuto.

Come visto in precedenza, infatti, alcuni dei traumatismi tipici della fase d’urto potrebbero essere confusi con quelli conseguenti alla successiva fase di abbattimento al suolo.

In questo senso si osserva come il medico legale possa essere conscio solo di una sintetica dinamica del sinistro, di fatto desumibile dal verbale redatto dalla autorità intervenute, mentre il ricostruttore possa avere solo una descrizione sommaria delle lesioni patite dal ciclista in ragione di quanto contenuto nei referti del Pronto Soccorso o di una perizia necroscopiche che, a volte, si limita ad un semplice esame esterno del cadavere.

Appare quindi evidente come solo l’incontro e il confronto delle specifiche competenze di tali figure professioni possa permette di identificare con precisione quali tra le lesioni riportare siano effettivamente da ricondurre all’una o all’altra fase del sinistro.

Per quanto concerne i sinistri che come conseguenza vedono solo il verificarsi di lesioni gravi o gravissime, infine, appare importante sottolineare come alcune delle lesioni riportate dall’investito possano essere in qualche modo sottovalutate o, quanto meno, non correttamente identificate e documentate dagli organi preposti.

Evidente infatti che nel momento in cui un ciclista viene ricoverato in un nosocomio in pericolo di vita o anche solo per una semplice fattura, il primario obbiettivo dei sanitari sia quello di stabilizzare i parametri vitali e non certo quello di provvedere a documentare o registrare tutti gli eventuali interventi di tolettatura effettuati sulle ferite lacero contuse o sulle escoriazioni che invece all’Analista Ricostruttore fornirebbero elementi oggettivi per poter risalire alla posizione assunta dal corpo al momento del contatto contro la sagoma della vettura o le evoluzioni determinatesi in seguito.

In questo caso, parimenti al Ricostruttore, emerge anche per il Medico Legale l’importanza di poter acquisire dati certi nell’immediatezza del fatto, o quanto meno nei giorni immediatamente successivi all’evento in esame, al fine di limitare il più possibile la dispersione di circostanze oggettive che potrebbero risultare discriminanti.

Nel caso di perizie autoptiche, invece, l’identificazione della causa morte, ovvero del traumatismo che ha effettivamente determinato il decesso del ciclista o che di per se sarebbe stato sufficiente a determinare tale evento, permette di risalire, in caso di dinamiche particolarmente complesse, all’effettivo nesso causale che da un esame superficiale verrebbe attribuito ad una causa diversa.

 

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